Bologna Children’s Book Fair 2017 “IMPRESSIONI BOLOGNESI”

A cura di Francesco Gabrieli

Se, come me, vi avventurate per la prima volta alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna, armatevi di molta pazienza e non sorprendetevi se tornate a casa un po’ frastornati e dubbiosi di aver carpito gli elementi essenziali dell’editoria per bambini e ragazzi. Dopo tutto, non potete pretendere di tuffarvi nell’oceano e andarvene incolumi se per mesi avete tranquillamente sguazzato nella calma del vostro stagno. Qualche sorsata d’acqua salata vi tocca.

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Appena arrivato, l’impatto del mio tuffo mi appare chiaro: fiumi di persone che vanno e vengono formano capannelli in un flusso continuo, in balia della corrente, delle idee più brillanti e delle proposte più cristalline. Ogni tanto tocco e riprendo fiato, grazie a illustrazioni familiari e pubblicazioni che riconosco, perché sono le stesse che delimitano le calme acque della biblioteca. Ma che senso ha tuffarmi nell’oceano e restare a riva? Benché mi sia già reso conto da un paio di ore di essere un pessimo nuotatore, mi ributto nel flusso verso l’autors café per ascoltare la «Conversazione sull’impatto che la migrazione e gli esponenti hanno sul mercato dei libri per bambini dell’Europa meridionale». Il cambiamento più significativo di questo filone riguarda in particolare lo status di richiedente asilo e le storie che sono diventate più realistiche e più spesso frutto di interviste e confessioni vere, piuttosto che rassicuranti favole inventate ad hoc per spiegare il fenomeno immigrazione ai bambini. Esistono libri per incoraggiare i bambini che hanno affrontato questo viaggio a confrontarsi con i nuovi compagni di scuola.

Vorrei aggiungere che la conversazione mi ha lasciato con una curiosità irrisolta: l’editoria per bambini e ragazzi, che nel caso dei richiedenti asilo è molto fruita anche dagli adulti, sta cercando di rispondere al problema del confronto con l’italiano? Cioè una lingua, che a differenza di inglese e francese, non è una “lingua ponte”?

Riprendo a vagare e mi soffermo nel padiglione 29, che ospita i paesi del mondo. Fra tutte le proposte mi colpisce la serie di libri «Petite Enfance» immaginata da Martine Bourre per la casa editrice Didier Jeunesse, un occhiolino sul gioco e la capacità di imitazione dei bambini in «Gros Lion», «Petite fourmi» e «Petit Ouistiti» e anche «Le masque» di Stephane Servant e Ylia Green. Inizio a collezionare cataloghi e cartoline, sperando di trovare uno spunto o una soluzione al mio dilemma, che purtroppo rimane irrisolto.IMG-20170428-WA0013

 

Sono venuto a Bologna pieno di illusioni e pregiudizi e me ne vado con lo zaino pieno di cataloghi e cartoline. Mi metto a sfogliarli e una fra tutte mi colpisce per la sua consistenza. Non sembra carta a cui sono abituato: è più pesante, quasi umida e odora di inchiostro. È ricca colori e ghirigori dorati. Ci sono scritte in lingue diverse, forse hindi o hurdu, e ne riconosco una in inglese: «We believe in pushing the boundaries of the physical book in an age writing its obituary», sorrido e concordo in pieno: libro vuol dire opera d’arte. La fiera stessa conferma la verità di queste parole, con le sue esposizioni e gli workshop a cui partecipare. Un libro è un oggetto concreto, che si costruisce e che deve essere toccato, guardato, magari annusato e con calma anche capito. Leggo il nome della casa editrice Tara Books, la stessa del libro che ho appena comprato, per il quale vale la pena spendere qualche parola. Si intitola Hic! Di Anushka Ravishankar e Christiane Pieper, è un manuale di rimedi per far passare il singhiozzo. È assurdo e ilare, come la pagina in cui la piccola protagonista, dopo i mille tentativi per calmare il suo singhiozzo, vede tramutarsi i suoi incessanti «Hic» in un sonoro ruttone: «Burp»!

Il libro, come la cartolina che pubblicizza la casa editrice, è fatto di carta di riso, dipinto con inchiostro organico a base di soia, tramite la tecnica della serigrafia, mista all’uso della fotocopiatrice. Le sue pagine sono rilegate a mano. Riguardo la cartolina, il mio appiglio sicuro in questo mare di libri, la capovolgo e mi accorgo che quel ghirigoro astratto, in realtà, non è altro che la rappresentazione delle onde del mare.

Francesco Gabrieli

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Cronaca semiseria di una domenica tra bibliotecari (perché anche loro hanno un cuore)

Ci siamo, la fatidica domenica 26 febbraio è arrivata: può andare in scena il secondo round di Quandodicobiblioteca, sfida che EDA Servizi ha lanciato con l’aiuto di Sociolab.

Tema della giornata: “La biblioteca di domani”. I bibliotecari toscani sono stati invitati a Impact Hub Firenze per discutere delle biblioteche del futuro. Sono le dieci: che l’OST di #Quandodicobiblioteca abbia inizio!

Piano piano iniziano ad arrivare tutti gli ospiti. Grazie al grande lavoro di Cda, direzione e coordinatori, la cooperativa EDA Servizi si presenta al gran completo: ecco in campo tutti i responsabili e la maggior parte degli operatori dell’area fiorentina. Compaiono anche Lorenzo, Filippo e Luca: sono i rappresentanti di Mugello e Valdisieve e portano i saluti di Angela, assente ma presente col cuore. Simona è la più eroica: arriva direttamente da Bergamo per dare il proprio contributo alla squadra!

Hanno risposto “presente!” anche lavoratori di altri settori, più i responsabili delle biblioteche di Firenze, Scandicci, Calenzano, Empoli: il fior fiore dei bibliotecari della provincia è arrivato a The Hub ed è pronto ad immaginare concretamente il futuro delle loro amate strutture.

A questo punto, ci si potrebbe aspettare un clima formale, serio, concentrato… tutto il contrario!

I bibliotecari sfatano subito lo stereotipo di individui solitari, silenziosi e riservati (magari anche polverosi, vista la mole di libri con cui hanno a che fare!): ecco infatti la maggior parte dei presenti indaffarata a conoscere nuove persone e impegnata a parlare con colleghi che non vedeva da tempo. All’improvviso, due passeggini e due neo-mamme bibliotecarie varcano la soglia del cancello. Compaiono il piccolo Gabriele e la dolce Michela e così ecco che si scioglie il cuore di coloro che dietro un bancone sembrano statue di marmo.

 

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Scattano le dieci e trenta. Come fanno le maestre con alunni simpatici ma indisciplinati, gli organizzatori dell’evento richiamano all’ordine la banda di allegri bibliotecari.

L’incontro entra nel vivo. Gli operatori mostrano grande professionalità e un’elevata dose di creatività. Il microfono passa velocemente di mano in mano e così piano piano vengono tirati fuori tantissimi temi interessanti da quelle stesse persone che nel cortile sembravano una vivace scolaresca. Consapevoli del fatto che le discussioni vengono meglio se fatte a pancia piena, alle 12.30 le ragazze di Sociolab pongono fine alla prima sessione e sanciscono la fine della prima parte dell’evento, lasciando liberi i partecipanti.

Durante l’intervallo, i bibliotecari si fanno valere… a tavola, dimostrando di essere grandi amanti dei buoni libri ma anche del buon cibo. Il pranzo viene gustato e degustato più volte allegramente da tutta la brigata, che si gode l’ottimo convivium al mite solicino del cortile di The Hub. C’è chi ride e chi scherza, c’è la ragazza che sogna di essere al mare, il ragazzo che vorrebbe essere a sciare; molti si dedicano ai due bebè presenti, altri discutono di eventi culturali, e poi naturalmente ci sono anche gli immancabili maschietti che discutono di pallone e si consolano per la recente sconfitta della loro squadra del cuore. I più volenterosi si cimentano anche in una partita di calcetto, con gran seguito di pubblico. Ad un tratto, una visione: è arrivato il caffè, accompagnato da un vassoio di biscotti. Prodotti esauriti in pochi istanti: i bibliotecari non sanno dire di no neanche a questo piacere della vita.

Alle 15 inizia la seconda parte di La biblioteca di domani, momento in cui l’incontro entra veramente nel vivo. Tutti prendono posto, tutti fanno il loro dovere nei vari gruppi, dove si creano battaglie dialettiche, registrate da malcapitati coordinatori impegnatissimi nel seguire le parole di tutti.

Alle 17 si conclude la giornata. I bibliotecari escono da Hub stremati e con le meningi fumanti ma contenti di aver dato il loro contributo nell’immaginare la biblioteca del domani.

E per aver visto persone vere invece che semplici operatori Fluxus. 😉

Lorenzo Masi

LEDANZO RESAMI AL SALONE DEL LIBRO DI FIRENZE

Trattava romanzi come fossero vini, vini come fossero romanzi. Questo era Ledanzo Resami, uomo del terzo millennio con un’ossessione mai nascosta per le agende Moleskine, su cui annotava tutto. Visto il suo lavoro in biblioteca e la sua passione enologica, amava definirsi scherzosamente enotecario dilettante e sommelier di libri. Nella sua mania eno-letteraria aveva persino scritto sul suo taccuino: “Il tannino di questo vino è come l’Innominato dei Promessi Sposi: complesso e malvagio ma in via di conversione col tempo” e “Questo libro è più banale e scadente dei vini che trovi in nell’ultimo scaffale in basso al discount”.

Quando venne a conoscenza del fatto che Firenze, la sua città natale, avrebbe ospitato un salone del libro era felice come quando un fan sa dell’arrivo della sua band in città.Vista l’assenza dei grandi nomi dell’editoria, pensò di essere di fronte non ad un Vinitaly ma alla Fiera dei Vignaioli Indipendenti di Piacenza: avrebbe potuto scovare qualcosa di diverso, innovativo, sorprendente.
Amante della puntualità, venerdì 17 febbraio Ledanzo era già davanti alla Fortezza da Basso alle 10 in punto, momento in cui dovevano aprire i cancelli. Trascorse dieci, quindici, venti minuti di attesa nel bel mezzo di una classica fila all’italiana, senza un ordine pensato: non c’era nemmeno un’ entrata a parte riservata ai gruppi e alle scolaresche! Da odiatore seriale di ritardi, iniziò ad avvertire un certo malumore, anche se nulla in confronto alle maestre vicino a lui, indaffarate a distrarre i loro alunni con giochi e canzoni infantili: Whiskey il ragnetto divenne presto la colonna sonora dei presenti. Non era un bell’inizio né per lui né per l’evento fiorentino.

La coda è cool per un locale notturno, non per un festival del libro

(frase da social). Poi improvvisamente la luce: venne aperta la porta d’ingresso.

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Di colpo dimenticò tutta la delusione, pagò e corse subito a cercare dei materiali informativi. Non vedeva l’ora di gustarsi gli eventi, capire come e dove conoscere i protagonisti della kermesse, ma… niente da fare. Cartina e mappa assenti. Ma come? Perché? Cercò di trovare qualche ragione: “ È colpa della Dea Atena che, adirata con gli organizzatori dell’evento per il ritardo, ha fatto scomparire tutto il materiale”. Ma non gli sembrò molto plausibile.
Amareggiato, entrò insieme ai tanti bambini: li vide prendere posto con le maestre nei vari stand e provò invidia: “Beati loro che sanno dove andare”.Grazie alla disponibilità di alcuni espositori, Ledanzo si trovò all’ora giusta nel luogo dove era fissato un incontro a cui voleva assistere, ma il rumore di un trapano e la vista di alcuni operai al lavoro gli fecero capire che era meglio recarsi altrove. Era al livello massimo di sconsolazione.
Cosa poteva andare peggio? L’arrivo dell’ospite a sorpresa della mattina, noto nel Paese per il suo amore per le ruspe e per i luoghi comuni, per un’attività politica populista dai toni spesso sconcertanti. Non proprio un esempio di uomo di cultura aperto e tollerante.

2017-02-25 15.27.03Ormai senza speranza, ritenendosi una persona di larghissime vedute, si mise a sedere ed iniziò ad ascoltarlo: era curioso di sapere cosa avrebbe detto in un salone del libro. L’unico argomento culturale che il politico sfiorò era il proprio amore per una defunta scrittrice della sua città. Alla domanda “Perché si legge meno?” egli rispondeva “Perché se uno ha il problema del mutuo e del contratto di lavoro, non ha lo spirito per tornare a casa la sera e iniziare a leggere un libro. Poi anche venti euro per un libro per qualcuno fanno la differenza”.
Il nostro sommelier di libri voleva interrompere questa sua frase semplicista e spiegargli l’esistenza delle biblioteche pubbliche, ma il politico era troppo impegnato a distribuire cliché in politichese.
Dopo pochi istanti Ledanzo lo abbandonò con i suoi adepti deliranti, mise da parte i suoi sentimenti e partì per la prima missione: alla scoperta dell’editoria a pagamento, tematica assai discussa prima dell’evento. Risultato finale? Omertà assoluta. Nessuno sapeva nulla. All’improvviso un cartello: “Noi non pubblichiamo a pagamento”. Ledanzo si fermò allo stand e iniziò a fare due chiacchiere con Rita. Lei si definiva un un vero editore indipendente che curava ogni dettaglio, dall’editing fino alla copertina. Gli altri ormai avevano abbandonato questa strada. Congedò Ledanzo avvisandolo: “Gli editori a pagamento (EAP) ci sono eccome, basta portargli un libro da pubblicare”. Aggiunse poi sorridendo: ”Io non dormo la notte per leggere i manoscritti. Forse sono una dei pochi rimasta a farlo”.
Nonostante non fosse riuscito a parlare con nessuno dei protagonisti, vagando per il salone riuscì a capire meglio il fenomeno degli EAP: i work-shop e laboratori di scrittura creativa erano dappertutto. Ledanzo arrivò a comprendere che la loro presenza massiccia era il segnale che in Italia, tutti vogliono pubblicare, magari tutto e anche subito. Ecco spiegato il loro proliferare.

Italia: paese di santi, poeti, navigatori e scrittori (non letti)

(seconda frase da social). In fondo, compativa i suoi connazionali con velleità di scrittore: quello era un po’ anche il suo sogno nel cassetto. Terminata la sua missione, Ledanzo vagò alla ricerca di esempi virtuosi di editoria.
Prima quella per bambini e ragazzi: alcune case editrici riuscivano davvero a coniugare la bellezza delle immagini con la qualità del contenuto.2017-02-24 21.45.31 Naturalmente non tutte erano eccellenti: alcune erano rimaste alla grafica di un mediocre libro di catechismo degli anni Novanta.
Pausa sigaretta, poi ripartì per nuovo giro: alla scoperta di fiction e non-fiction per adulti.Trovò di tutto: libri metafisici e spirituali, guide di viaggi insolite, un testo sul cinema popolare di Ciccio e Franco, saggi dietrologici, migliaia di testi legati a Firenze e alla Toscana.Trascorse del tempo con l’editore al servizio della “slow-life”, ascoltò quello rivolto alla terza età, fu divertito dalla storia dell’editore che pubblicava narrativa, fumetti, saggi e tutto ciò che riguarda Cuba. Grande spazio nella sua agenda fu dedicato poi a degli autori indipendenti che avevano costituito un gruppo su facebook in cui fare le riunioni, e pubblicavano grazie ad una piattaforma online: un nuovo modo di essere scrittori e fare libri.2017-02-25 08.30.50

Appena tornato a casa, Ledanzo poté descrivere i libri che aveva visionato, facendo dei parallelismi con il mondo dei vini. Aveva trovato di tutto: libri senza contenuti e senza grafica, che lui definiva i “Libri-Tavernello”. Diceva sempre: “Come un individuo deve assaggiare un sorso di Tavernello per capire che non è un vino vero, uno deve assaporare anche quei testi per essere consapevole di non essere di fronte alla letteratura”. Aveva trovato anche piccole case editrici con opere dolci e frizzanti come bottiglie di Moscato d’Asti; altre con libri davvero interessanti e si sentiva gasato come quando riusciva a trovare una fattoria sconosciuta che produceva un vino rosso superlativo.
Infine giunse a formulare un voto per l’evento. Così scrisse: “Firenze Libro Aperto: 5-”.
Per quel che aveva visto, l’organizzazione meritava un bel 3: inaccettabile aprire con trenta minuti di ritardo e per di più che non si trovasse il materiale informativo. Al contenuto dava un 6,5: diversità alta, libri particolari ed introvabili, anche se in generale la qualità era media. Voto finale 5- con commento classico “potrebbe fare di più ma non si applica”. Ledanzo pensò di essere stato giusto: in fondo, aveva fatto come quei professori che danno all’alunno un brutto voto per stimolare un cambiamento di rotta e vedere realizzate le sue possibilità.